LA LINGUA: Buon giorno fratello. Ti vedo amareggiato.
IL DIALETTO: Mi dispiace, Signora, presentarmi a Voi in questo modo.
LA LINGUA: Perché mi chiami Signora?Altre volte ti dissi di essere chiamata sorella. Non siamo, tu ed io, figli della stessa madre? Legati ancora e per sempre da mille somiglianze?
IL DIALETTO: Ma è proprio questo che mi fa stizzire: d’aver a che fare con una razza d’ingrati, i quali, disconoscendo i vincoli che mi legano a te, credono di farti onore disprezzandomi e, parlando e scrivendo italiano, rifiutano un monte di parole e di frasi mie come se fossero barbare per il solo fatto d’esser mie, e vanno predicando a ragazzi che, per non offenderti, debbono rifuggir da me come dalla peste bubbonica.
LA LINGUA: Lo so.
IL DIALETTO: E che ne dici?
LA LINGUA: Confòrtati. Mi fanno spesso la stessa lagnanza gli altri tuoi fratelli.IL DIALETTO: Se sapessi quanti affronti mi tocca subire!
LA LINGUA: Capisco! Ma il tempo ti renderà giustizia, non dubitare. Via via che io sarò conosciuta e parlata da un numero sempre maggiore d’italiani, scoprendo questi da sé le voci e le forme comuni a me e ai loro dialetti, ti apprezzeranno sempre più. E molte parole tue diventeranno parte di me.
(Adattamento da E. De Amicis, L’idioma gentile, Salani)