GIUBBE ROSSE

 

  

Cronaca semiseria di un orario straordinario

 

 

di

  

Alessandra Bryant - Barrett

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edizione Limitata

 

 

 

 

 

Copyright 2004 Musco editore S.p.A (Senza pace Alcuna) Catania

Prima ed ultima Edizione: maggio 2004

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

Ai colleghi,

splendidi,

 che ho incontrato nel mio cammino

 e con cui ho condiviso

 emozioni ed entusiasmo.

 

 

 

 

 

 
  Sia benevolo il Lettore con lo stile ben poco letterario di queste pagine, se avrà la pazienza di leggerle, che vogliono essere solo uno sguardo ironico, un po’ irriverente, ma senz’altro carico d’affetto verso un anno indimenticabile. 

 

 

     

 Ogni fatto e riferimento

                                                           a persone o cose

                                                             trattati nell’opera

                                          non è

                                                               puramente casuale.

 

 
 

 

 

 

 

Indice

 

 

 

Ritratto della mia scuola………………………………………cap.I

 

Per chi non suona la campana………………………………cap.II

 

I magnifici venti……………………………………………….cap.III

 

Che sarà, che sarà…………………………………………..cap.IV

 

L’Eterno ritorno……………………………………………….cap.V

 

La corrente crepuscolare……………………………………cap.VI

 

Il poema allegorico…………………………………………..cap.VII

 

Il senso della misura…………………………………………cap.VII

 

La corte di Versailles……………………………………….cap.IX

 

Epilogo

 

 

 

 

 

I

 Ritratto della mia scuola

  

 Chiusa nel suo recinto di ferro azzurrognolo, la scuola era tutta lì, un rettangolo di tre piani preceduto da un enorme cortile, sproporzionato rispetto all’edificio. Così mi appariva l’Angelo Musco nelle livide mattine d’inverno, quando il sole biancastro faceva capolino accanto al sonnolento risveglio delle squallide case di “Zia Lisa”.

Nel percorrere il grande spazio, occupato qua e là da solidi virgulti di gramigna, mai estirpata, e da un improbabile campo di calcio in terra battuta, poggiato sullo sconnesso ammattonato, la mente intorpidita ancora dall’ora mattutina e dal freddo pungente si affollava di frammenti di pensieri, pagine di un’agenda virtuale dove annotare il resoconto dei giorni trascorsi e l’organizzazione di quelli a venire.

 Col naso nascosto dalla sciarpa di lana per proteggermi da una tosse persistente da mesi, pensavo a quello che avrei potuto svolgere nelle ore seguenti: spiegazioni, esercizi, interrogazioni e le “varie” che come sempre avrebbero avuto un peso rilevante durante la giornata.

 Ho sempre ammirato chi nella vita avesse un metodo, ossia un ordine, in cui incasellare i progetti, far coincidere programmi e resoconti, io non ci sono mai riuscita e, come al solito, tutto si sarebbe svolto così come il fato comanda, ma sapevo che in ogni caso tutto si sarebbe svolto, ed anche risolto, in qualche modo.

Il rituale dei gesti di sempre aveva un che di familiare e rassicurante, come la firma in “vicepresidenza”, sotto lo guardo ammiccante e un po’ enigmatico del ritratto di Che Guevara, appeso sopra il tavolo dei registri di presenza. Non ho mai capito cosa simboleggiasse quell’icona e perchè fosse lì, con quale intento fosse stata scelta, forse perché morto giovane e combattente, ma ho preferito un’interpretazione meno inquietante, dai presagi meno oscuri: il fatto che si chiamasse “Che” e che si pronunciasse “C’è” dava sicurezza e certezza di qualche cosa, è preferibile l’Essere al Nulla, e in un mondo di provvisorietà come la scuola, questo significa molto.

Sicuramente ho indovinato il motivo della scelta di quella foto. 

 

 

 

II

 Per chi non suona la campana

 

Nella mia scuola la campana non suona, mai. Anche qui ho dato una mia interpretazione, anch’essa sicuramente inconfutabile. L’orologio, il conteggio dei secondi, dei minuti, coarta l’Uomo, lo rende schiavo del suo mondo, rappresenta una ragnatela che la modernità ha tessuto avviluppando le personalità, recidendo i tempi, anche lunghi, che la Libertà ritiene necessari per realizzare se stessa.

 Che forse la natura esige i rintocchi di un pendolo per procedere nel suo perenne ricostruirsi? A che ora deve sbocciare un tenero fiore? Persino l’avvicendarsi delle stagioni ha poco di meccanicistico se eliminiamo le date, i simboli dati dagli uomini.

Tutto questo alla Musco è stato recepito, ed anche senza campana i docenti e gli alunni s’incontrano come per magia nell’androne della scuola, con una tempestività ed una sincronia tale che farebbero impallidire le leggi di Copernico, Keplero e Newton. 

La carica dei 101 attraverso le scale avviene in modo abbastanza ordinato, il torpore dei letti lasciati da poco rende gli animi ancora intontiti e assonnati. Ma la tregua non durerà molto e la giornata ha inizio con la sua cascata di emozioni, da brivido.

La porta è chiusa e la mia classe è lì, davanti a me.

 

 

III

 I magnifici venti

 

Per “venti” intendo il numero dei miei alunni, ma non è da disdegnare il riferimento a folate di aria fredda e calda che si spostano da un punto all’altro, veri e propri monsoni, anche perché da sei mesi persistono perturbazioni continue con frequenti precipitazioni (libri, quaderni, sedie e quant’altro legato alla leggi di gravità).

A vederli dalla cattedra sono un bel colpo d’occhio: tutto rosso. No, non ho problemi di vista, la retina è al suo posto come pure il cristallino, ma vedo sempre rosso, e, vi assicuro, non sono un toro infuriato.

 La Musco ha pensato proprio a tutto: è risaputo che i depressi vedono sempre tutto nero, e per evitare che i docenti cadano in depressione e vivano un’esistenza anonima si è pensato di vivacizzare i loro orizzonti con queste fiamme guizzanti che percorrono i corridoi della scuola. Si va dai piccoli “cerini” della scuola materna alle “torce” delle scuola media, e poiché la Riforma Moratti prevede laboratori pomeridiani, e forse anche notturni, potremo tenere sott’occhio i nostri ragazzi, in ogni momento ed in ogni condizione di luce, con le loro inconfondibili giubbe rosse.

La mia classe è la 1aD.

 E’ la prima perché non può essere seconda a nessuno, non avrei mai accettato una cattedra con un numero che non fosse l’Uno; è la D perché si rifà alla Delta greca che, essendo un triangolo, indica la perfezione.

Io ho la fortuna di insegnare proprio qui.

Tutte le classi di questo mondo contengono un variegato campionario di caratteri umani, ma la mia è proprio universale perché niente è stato escluso, se non, forse, la normalità. Voglio semplicemente affermare che ho degli alunni speciali e unici, per loro fortuna (il “loro” è rivolto ai colleghi di altri corsi).

 Durante l’anno i miei ragazzi si sono sicuramente molto integrati, ed io, nel frattempo, mi sono disintegrata.

Ecco una foto di classe, da sinistra: Loredana, bimba timida e brava nel comporre poesie; Giulia, intelligente ed attenta; Rocco, semplicione, caciaro e dalla voce da tenore; il suo compagno Fausto, educatissimo e sensibile; dietro sono sedute Clarissa e Susy sempre un po’ distratte; al centro, Leo permaloso e scontroso, Nicholas che merita un capitolo a parte; Stefano dalla pazienza di Giobbe (il quale, se capitasse nella mia classe, la perderebbe); Dario, ipercinetico e irascibile; Serena e Grazia silenziose e timide; a destra, Giovanna e Robertina, molto tranquille; Topazio, dalle osservazioni inquietanti, che però sembra sia stato miracolato negli ultimi tempi perché divenuto tranquillo; Costantino, che stimola il mio apparato uditivo per cogliere quello che dice; Raimondo, intelligente e chiacchierone; Mastro don Gesualdo, al cui Autore dice di essere parente, che senz’altro al solo pensiero si rivolterà nella tomba; Antonino Pio, arrivato da poco, ma già perfettamente integrato; Angelo Capone detto Al, il boss, ed infine, senza un posto preciso perché eclettica e versatile, Mara, che non può essere contenuta in due sole righe come gli altri.

  

 

IV

 Che sarà, che sarà, che saraaa, che sarà della mia vita chi lo saaaa….

  

A volte ci sono dei ritornelli che ti ritornano in mente, così, senza un motivo, a me tamburella nel cervello sempre questo “Che sarà” come pure “Non sarà un’avventura…” insomma il futuro del verbo essere mi perseguita, soprattutto alla terza persona singolare.

Ma veniamo a Mara, la mia alunna eclettica.

Ha senz’altro molte curiosità: vuole sempre sapere cosa pensano e cosa fanno i suoi compagni, controlla in lungo ed in largo i corridoi per vedere se tutto è a posto, spesso si appoggia sul pavimento per osservarne l’igiene, entra sovente nelle altre classi per verificare che i professori facciano il loro lavoro, esamina che i cardini delle finestre funzionino, che i materiali delle porte siano resistenti, (qui farei dei richiami alle ditte fornitrici), registra la fonoassorbenza delle pareti con prove sonore, conosce a memoria le tipologie, i colori di tutte le macchine posteggiate nel cortile della scuola.

Io credo che Mara sia autoricaricabile perché la sua energia non si esaurisce mai, ora dopo ora, giorno dopo giorno. E’ sempre presente, in ogni dove, anche nei miei pensieri e spesso anche nei miei sogni (o incubi?). La sua solerzia però è spesso fraintesa dai compagni che la definiscono con lo stesso appellativo che aveva Giovanna, figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, e madre di Carlo V.

 In fondo la Storia, come diceva il buon vecchio Hegel, è un continuo, ciclico divenire!

 

   

V

 L’Eterno Ritorno

 

La mia classe ha matrice filosofica non solo perché richiama l’idealismo hegeliano, ma anche Nietzsche con la sua dottrina “l’Eterno Ritorno”.

 Infatti, i miei alunni ritornano, sempre.

Nicholas, ad esempio, annoiato dai continui controlli di Mara e dal suo corso di studi, aveva deciso di cambiare seminario e di trasferirsi in un altro “campus”.  Dopo un breve e rocambolesco periodo di prova, però, ha preferito ritornare nella sua precedente facoltà, perché gli appelli (alla calma) sono più frequenti.

Anche Al Capone si era preso un anno sabbatico, nel senso che frequentava la scuola solo il sabato, ed ancora si pone l’Amletico dubbio: “Essere in prima o non essere in terza? Morire (d’inerzia), dormire, sognare o forse mangiare? Questo è il dilemma…”

In realtà anch’egli non si vuole allontanare dalla mitica e mitologica 1aD e si preparerà lo stesso per gli esami di terza media, del resto la vera cultura non ha età, né pareti, né… porte!

 

 

VI

 La corrente crepuscolare ed altre note letterarie

 

La mia aula è bianca e gialla come la bandiera del Vaticano. Non ci sono le chiavi di S.Pietro, ma non c’è nemmeno un armadio a cui potrebbero essere destinate: è tutto così coerente!

La mia aula è un po’ buia perché sporge a poca distanza dai palazzi di fronte, ed è anche piena di spifferi perché gli infissi non chiudono bene, quindi si respira un’aria crepuscolare.

La scapigliatura dei ragazzi ne è una conseguenza, ma li rende neorealistici.

Alle interrogazioni sono invece molto ermetici, ma le loro risposte rientrano nel verismo più prosaico. Sono invece molto abili nella scrittura, e, poiché i banchi sono scollati dalle loro basi, il loro stile è decadente.

  

 

VII

Il poema allegorico

 ovvero il registro delle circolari

  

Il nostro registro delle circolari, come ogni opera che si rispetti, va letto, studiato ed interpretato e, per realizzare tutto ciò, occorre eseguire un determinato procedimento.

Innanzi tutto l’esegeta (il docente di turno) deve accuratamente porre le pagine in ordine cronologico, cosa non così immediata come potrebbe sembrare. Forse perché ancorato ad una tradizione orientale il registro si sfoglia da sinistra a destra e le pagine vanno girate in senso antiorario, si legge dall’ultima riga alla prima e poi si riflette, ma non allo specchio.

A volte alcuni fogli non si trovano, ma tutto ciò è appositamente calcolato per mettere alla prova la capacità del docente che deve essere in grado di ricercare, attraverso un’accurata palingenesi, le vere fonti di un documento e riconoscerne la veridicità e l’efficacia. Per essere precisi, l’efficacia delle fonti lascia a desiderare anche nelle sue forme più dirette, ossia i rubinetti della scuola, che spesso non funzionano.

Tornando al registro delle circolari, le ultime notizie che riguardano la Riforma Moratti credo che siano, più che didascaliche, allegoriche e che rimandino ad una ermeneutica frutto di studi più complessi. 

 

  

VIII

 Il Senso della Misura

  

La mia è una scuola che fa scuola anche nel mondo dell’arte.

 Nell’antica Grecia Policleto aveva dettato dei canoni per misurare le dimensioni anatomiche delle statue e la Musco, per non essere da meno, ha adottato anch’essa dei canoni (oltre quelli, latranti, che stazionano frequentemente fuori dalla cancellata della scuola).

 Se l’arte contemporanea ha un peso, si è pensato, deve avere anche una lunghezza adeguata. Infatti per chilometro quadrato si intende, per l’appunto, un quadro avente come base… un chilometro!

 

 

IX

 La corte di Versailles

 

La vita di corte nella mia scuola è regolata da una rigida etichetta che tutti i docenti rispettano con scrupolo: le feste a sorpresa e, soprattutto, il rituale dei gran galà di beneficenza. Questi ultimi non hanno nulla da invidiare ai banchetti delle corti più sfarzose, sì, perché la Musco non è solo una scuola di questo mondo, (sarebbe più corretto definirla una scuola dell’altro mondo), ma è innanzi tutto una scuola mondana.

L’Istituto è animato da una continua fucina d’idee e il fatto che artisti giungano da oltreoceano per ammirarne la creatività, la bellezza, l’organizzazione ne è una dimostrazione. Vengono allestite, come si è detto, tele artistiche, si addobbano le sale, le cene sono servite in gran pompa e sono presenti persino gli assaggiatori.

Si dice che alla Musco “non tramonti mai il sole”, sia perché illuminata dalle idee di chi vi lavora, sia perché sempre aperta, anche di notte, agli eventi della cultura contemporanea.

 

  

 

Epilogo

 

Un istituto così speciale non poteva non avere come simbolo il rosso delle divise, che è il colore della passione, dell’impeto, delle idee emergenti, rivoluzionarie, ma soprattutto è il colore della scaramanzia, della quale, la mia scuola, non potrebbe fare a meno.